Di recente ho avuto il piacere di partecipare a un convegno davvero interessante, ospitato nella splendida cornice della Scuola Grande di San Rocco a Venezia, dal titolo “Come l’arte promuove la nostra salute cognitiva”.
È stato un incontro ricco di spunti, nato dall’incontro tra medicina, neuroscienze, arte e promozione della salute, che mi ha portata a riflettere ancora una volta su quanto le nostre abitudini quotidiane possano avere un ruolo importante nel prenderci cura del nostro benessere psicologico e della nostra salute cognitiva.
Quando pensiamo alla salute del cervello, spesso la nostra attenzione va immediatamente alla malattia, alla diagnosi e all’intervento quando compare una difficoltà.
Ma possiamo provare a guardare la questione anche da un’altra prospettiva.
Che cosa possiamo fare ogni giorno per prenderci cura del nostro cervello?
La ricerca sulle neuroscienze ci mostra quanto il cervello sia un sistema dinamico, capace di modificarsi attraverso le esperienze, gli apprendimenti, le relazioni e l’ambiente nel quale viviamo.
Per questo la prevenzione cognitiva non riguarda soltanto ciò che facciamo quando compare un problema. Riguarda anche il modo in cui scegliamo di vivere le nostre giornate.
La prevenzione cognitiva e il valore della riserva cognitiva
Uno degli aspetti che mi ha maggiormente colpita durante il convegno riguarda il concetto di riserva cognitiva.
La riserva cognitiva può essere pensata come una sorta di patrimonio che costruiamo nel corso della vita attraverso gli apprendimenti, le esperienze, le relazioni e le attività che mantengono il nostro cervello coinvolto.
Non significa poter evitare in assoluto l’invecchiamento o le malattie neurodegenerative.
Significa, però, riconoscere che il nostro stile di vita può contribuire alla salute del cervello e che alcune condizioni di rischio possono essere modificate.
Secondo i dati presentati durante il convegno, una parte significativa dei fattori di rischio associati al decadimento cognitivo e alle demenze è legata a condizioni sulle quali possiamo intervenire anche attraverso lo stile di vita.
Questo ci invita a pensare alla prevenzione non come qualcosa di lontano nel tempo, ma come una forma di cura che possiamo iniziare nel presente.
E qui entra in gioco anche l’arte.
L’arte non è soltanto bellezza: è esperienza
Quando incontriamo un’opera d’arte, ascoltiamo musica, leggiamo un libro o visitiamo un museo, non stiamo semplicemente occupando il nostro tempo.
Stiamo facendo un’esperienza.
Guardare un dipinto significa osservare, soffermarsi, fare collegamenti, provare emozioni, lasciarsi incuriosire.
Un brano musicale può evocare un ricordo.
Una storia può portarci dentro la vita di un’altra persona e permetterci, nello stesso tempo, di incontrare qualcosa di noi.
La cultura e le esperienze artistiche possono quindi rappresentare occasioni di stimolazione cognitiva ed emotiva, ma anche di relazione.
Ed è proprio questo intreccio che trovo particolarmente interessante.
Non è soltanto il cervello a essere coinvolto.
È la persona nella sua globalità.
Dalla contemplazione allo scroll: che cosa sta succedendo alla nostra attenzione?
Un altro tema emerso durante il convegno mi ha colpita particolarmente e riguarda il rapporto tra attenzione, tecnologia e velocità.
Viviamo immersi in una quantità enorme di stimoli.
Passiamo rapidamente da un’immagine all’altra, da una notifica a un messaggio, da un video a un altro.
Lo scroll sui social e la continua ricerca di nuovi stimoli possono abituarci a una modalità di fruizione molto rapida, nella quale l’attenzione viene continuamente sollecitata.
Non si tratta di demonizzare la tecnologia.
Il problema, forse, nasce quando la velocità diventa l’unico modo con cui ci rapportiamo alle informazioni e alle esperienze.
Perché il nostro cervello ha bisogno anche di tempo.
Tempo per osservare.
Tempo per ascoltare.
Tempo per ricordare.
Tempo per collegare un’esperienza a un’altra.
Tempo per sentire quello che proviamo.
Fermarsi davanti a un’opera d’arte, ascoltare davvero un brano musicale o dedicarsi alla lettura richiede una qualità dell’attenzione diversa rispetto al passaggio veloce da uno stimolo all’altro.
È una forma di attenzione lenta, nella quale possiamo tornare ad abitare il momento presente.
E forse oggi abbiamo particolarmente bisogno di recuperare proprio questa capacità di fermarci.
Anche la lettura può diventare uno spazio di benessere
Tra le esperienze che possono coinvolgere attenzione, memoria, immaginazione ed emozioni, la lettura occupa per me un posto particolare.
Leggere significa entrare in una storia, seguire una trama, ricordare personaggi e passaggi, immaginare luoghi e situazioni.
Ma significa anche confrontarsi con punti di vista diversi dal nostro.
E quando la lettura viene condivisa con altre persone, può diventare anche un’esperienza relazionale.
Un libro può diventare il punto di partenza per parlare di noi, delle nostre emozioni, delle nostre esperienze e del modo in cui guardiamo il mondo.
È anche per questo che nel mio sito ho dedicato uno spazio ai Gruppi di lettura: non soltanto come occasione per parlare di libri, ma come possibilità di incontrarsi, ascoltarsi e condividere ciò che una storia può suscitare in ciascuno di noi.
Dalla diagnosi alla promozione del benessere
Come psicologa, ritengo importante che il nostro lavoro non si concentri soltanto sul momento in cui compare una difficoltà.
La psicologia può avere un ruolo anche nella promozione del benessere psicologico, nella prevenzione e nella costruzione di condizioni che aiutino le persone a prendersi cura di sé nel tempo.
Questo significa occuparsi di stress, emozioni, relazioni, qualità della vita, attenzione e capacità di riconoscere i propri bisogni.
Significa anche guardare alla persona all’interno dei suoi contesti.
Perché la salute non è soltanto una questione individuale.
Siamo immersi in relazioni, famiglie, comunità e ambienti che possono influenzare profondamente il nostro modo di stare bene.
Per questo trovo interessante anche il concetto di prescrizione sociale, che in diversi contesti sta portando a considerare, accanto agli interventi sanitari tradizionali, anche esperienze culturali, artistiche e sociali come possibili risorse per il benessere.
Non si tratta di sostituire le cure quando sono necessarie.
Si tratta di ampliare lo sguardo sulla salute.
Di che cosa ha bisogno il nostro cervello?
Forse non esiste una singola attività capace di proteggerci dal declino cognitivo.
Esiste però un insieme di esperienze che può contribuire a mantenere attiva la nostra mente e, soprattutto, a dare qualità alla nostra vita.
Relazioni e comunità, perché la solitudine e l’isolamento possono avere conseguenze importanti sul benessere psicologico e sulla salute.
Stimolazione intellettuale e culturale, attraverso la lettura, l’apprendimento, l’arte, la musica e le esperienze nuove.
Movimento e cura del corpo, che fanno parte del benessere generale della persona.
Attenzione e consapevolezza digitale, per imparare a riconoscere quando abbiamo bisogno di rallentare e recuperare una concentrazione più profonda.
E soprattutto curiosità.
La curiosità ci mantiene in movimento.
Ci permette di continuare a imparare, a porci domande, a incontrare ciò che ancora non conosciamo.
Prendersi cura oggi di ciò che saremo domani
Quello che porto con me da questo convegno è soprattutto una riflessione.
La salute cognitiva non è qualcosa di cui dovremmo occuparci soltanto quando iniziamo ad avere paura di perdere la memoria.
Possiamo prendercene cura molto prima.
Attraverso le relazioni.
Attraverso la cultura.
Attraverso l’arte.
Attraverso la lettura.
Attraverso il movimento.
Attraverso la curiosità.
Attraverso la possibilità di continuare ad avere esperienze significative.
Prendersi cura del cervello non significa trasformare ogni giornata in un esercizio di prevenzione.
Significa, piuttosto, vivere in modo sufficientemente ricco da continuare a stimolare la mente, le emozioni e le relazioni.
Perché la salute cognitiva non riguarda soltanto il funzionamento del nostro cervello.
Riguarda anche la possibilità di continuare a sentirci persone presenti, curiose, coinvolte e in relazione con gli altri.
E forse è proprio questa la forma più bella di prevenzione:
prendersi cura della propria mente oggi, per continuare ad abitare pienamente la propria vita domani.
