“Ricordati di chi dimentica”
lo sguardo della psicologia su una malattia che tocca tutti
Oggi, 21 settembre, si celebra la Giornata Mondiale dell’Alzheimer. Una data che non è solo un promemoria sul calendario, ma un invito potente a fermarci. A pensare. A sentire. A ricordare chi dimentica.
L’Alzheimer non è soltanto una malattia neurologica. È un viaggio lento e complesso dentro la perdita di sé, un percorso che cambia il modo di vivere, di relazionarsi, di amare. Ma non è un viaggio che riguarda solo chi ne è colpito: coinvolge le famiglie, gli amici, gli operatori sanitari, le comunità.
Oggi in Italia si stima che circa 1,2 milioni di persone vivano con una forma di demenza, in gran parte Alzheimer. Nel mondo, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, sono oltre 55 milioni (WHO, 2021). E questi numeri sono destinati a crescere, con l’invecchiamento della popolazione.
Non si tratta solo di un’emergenza sanitaria. È una sfida umana, sociale, affettiva. Perché quando una persona cara comincia a non riconoscerci più, quando i ricordi si affievoliscono e la quotidianità diventa un labirinto, è l’identità stessa a vacillare – sia per chi vive la malattia, sia per chi resta accanto (Kitwood, 1997).
Ricevere una diagnosi di Alzheimer può essere uno shock. Paura, rabbia, confusione, senso di smarrimento: sono emozioni naturali. La psicologia ci insegna che validare queste emozioni, accoglierle e dare loro voce è fondamentale per accompagnare la persona e la famiglia verso l’accettazione (Woods, 2001). Ascoltare il vissuto di chi convive con la malattia è un aspetto molto importante di cui prendersi cura.
Preservare la dignità, il senso, la memoria affettiva è fondamentale anche quando la memoria episodica viene compromessa, ricordiamo che la memoria emotiva e affettiva spesso resta intatta. Un profumo, una melodia, un gesto familiare possono ancora evocare emozioni e connessioni autentiche (Cohen-Mansfield, 2005). Le terapie psicosociali, come il richiamo guidato dei ricordi, valorizzano proprio questa memoria implicita e il senso di continuità del sé (Woods et al., 2005).
Prendersi cura dei caregiver, che sono coloro che assistono una persona con Alzheimer, spesso sperimenta alti livelli di stress, ansia, depressione, isolamento (Pinquart & Sörensen, 2003). La psicologia propone percorsi di sostegno psicologico individuale o in gruppo, che aiutano i caregiver a gestire le emozioni, acquisire strategie, e soprattutto non sentirsi soli.
Alzheimer: non tutto è perduto
Anche se l’Alzheimer è una malattia progressiva, non significa che tutto sia già scritto. Numerosi studi dimostrano che interventi mirati – cognitivi, relazionali, ambientali – possono migliorare la qualità della vita, preservare alcune abilità e rallentare il declino (Spector et al., 2003).
Il contatto, la vicinanza, la routine quotidiana possono rappresentare ancore emotive preziose. E la relazione – anche senza parole – può restare viva fino alla fine (Sabat, 2001).
Cosa possiamo fare, oggi
In occasione di questa giornata, molte associazioni – come AIMA e Alzheimer Italia – offrono consulenze psicologiche gratuite, linee d’ascolto, supporto per le famiglie (AIMA, 2024). Progetti innovativi come “Mi-Ricordo” portano interventi riabilitativi direttamente a casa, offrendo una presa in carico più umana e personalizzata (Fondazione Italiana Alzheimer, 2024).
E noi, nel nostro piccolo, cosa possiamo fare?
- Possiamo informarci, per combattere lo stigma e i falsi miti (es. “è normale dimenticare a una certa età”)
- Possiamo essere presenti, con un gesto semplice: una telefonata, una visita, un sorriso
- Possiamo sostenere i caregiver, anche solo con un ascolto sincero
- Possiamo ricordare, per chi sta dimenticando
L’Alzheimer ci priva dei ricordi, ma non dell’umanità. E oggi, più che mai, siamo chiamati a riscoprire una memoria che va oltre la mente: una memoria del cuore, dell’affetto, della presenza.
Perché anche quando la memoria svanisce, l’amore resta.
